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Marco Simoncelli: il bambino che fu Uomo.

Postati in attualità, letteratura, motociclismo, narrativa, poesia, sport con i tag , , , , , su 24 ottobre 2011 da ilMerzbau

Un ragazzo privo di sovrastrutture. Un bambino appena cresciuto che aveva avuto la fortuna di aver fatto della propria passione un lavoro, senza la costrizione del doversi creare un personaggio artefatto intorno: era simpatico, naturale, e questo bastava perché fosse vicino agli appassionati e a chi tifoso non era.

Questo era Marco Simoncelli.

E’ orribile morire giovani, ed ancor più terribile lo è quando la Morte giunge nella vita di un ragazzo che probabilmente non si è ancora posto il problema di morire. Quando la vita di un giovane uomo viene interrotta bruscamente, qualunque ne sia la causa, è comune sentire, durante i funerali, le parole del sacerdote pronunciare sommessamente ‘ Muor giovane chi a Dio è caro’: sciocchezze, parole prive di significato, ed anche di retorica.

Non si può morire quando non si è conosciuto il sapore della vita, quando lo si è  ancora appena assaporato. Dio stesso non vorrebbe vicino a sé chi non ha gustato l’agrodolce dell’essere nati.

Simoncelli è morto ieri. Soltanto ieri. Non riposa ancora dietro una lapide fredda, immobile, come solo la pietra sa essere.

Le sue membra viaggeranno un’ultima volta su di un aereo per tornare a casa,  e poi,  saranno omaggiate dai suoi familiari, dai suoi amici, dai suoi tifosi, un’ultima volta, sebbene separate dal legno che custodirà il suo ricordo per sempre.

Tra qualche anno nessuno si ricorderà di Marco, se non come un numero di una statistica anonima, se non come il nome di un pilota che fu grande nel primo decennio del XXI secolo, e che non ebbe la fortuna di incidere il proprio nome nel mito.

Nessuno rivedrà più il suo viso affogare tra le risate. Nessuno ascolterà più le sue battute, il suo essere un ragazzo normale impegnato in uno sport che di normale ha ben poco.

Lo ricorderanno fino alla fine, veramente, solo i genitori. Ma poi, quando giungerà l’ultimo rintocco della loro vita, soltanto loro porteranno con sé la testimonianza di un bambino che fu uomo, e d’un tratto non lo fu più.

C’è chi dice che Simoncelli non avrebbe voluto altra morte di quella che ha avuto. Ho i miei dubbi. Probabilmente non è così. Sicuramente avrebbe voluto vivere l’Amore che iniziava a vivere, gustare la famiglia che aveva, gustarsi il frutto del suo talento.

Ma in questi casi fa ‘mito’ pensarla diversamente.

Suppongo che non avrebbe desiderato che la sua ultima immagine fosse quella di un corpo abbandonato su di una pista. Scoordinato. Senza forma.

Sicuramente avrebbe preferito parlare di sé, dei suoi tempi, abbarbicato su di uno sgabello con le sue lunghe gambe, scherzando dei suoi tempi lontani e dei suoi colleghi così impegnati a fare di sé dei campioni e non degli uomini.

Marco Simoncelli è rimasto un ragazzo e rimarrà per sempre un simpatico guascone, lo stesso che di fronte alle accuse di Lorenzo ripeteva in un inglese maccheronico ‘I will be arrest’.

Simoncelli ha incarnato in sé, fino alla fine di Sé, il gusto di essere giovani e spericolati, senza perdere di vista il fatto di essere Umani.

Il campione Simoncelli ha approfittato delle domeniche senza gara per dormire nel lettone dei genitori, non badando ai riflettori sempre addosso,  gustando l’essere un ragazzo normale come tanti, forse più fortunato di altri, ma  non per questo diverso.

La sua camera rimarrà così, una stanza ricca di trofei e caschi, ma anche di peluche. Non conoscerà la vecchiaia, e neanche la retorica. Non gusterà la vita, ma almeno, si ha la certezza, che avrà assaporato il gusto di quel che sarebbe potuto essere.

Ed è tanto nell’esistenza di un uomo: vivere pienamente la Speranza, e non centellinare la Fine.

Buon viaggio Campione.

La terra ti sarà lieve, non ho dubbi.

E nulla finisce quando tutto finisce.

 

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