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Il Rifiuto di Lazzaro (Il Peso della Libertà)

Postati in letteratura, narrativa, poesia, racconti, religione con i tag , , , , , , , , , , , su 10 marzo 2013 da ilMerzbau

Particolare-della-resurrezione-di-lazzaro-Caravaggio

Lazzaro, vieni fuori!

Un Eco dagli abissi mi richiama ad una stabilità precaria da cui ero caduto mantenendone il ricordo, come ombra di luce imperfetta.

Chi mi chiama? Chi invoca di nuovo la mia assenza nella comodità di un nome?

Non ho già dato abbastanza? Non meritavo altro?

Iniziavo finalmente a godere di una pace senza bordi da ripulire dall’abuso di polvere e paura, prima di questa Voce proveniente dall’Assenza.

Sei tu, Gesù? Sei proprio tu?

 

Lazzaro, vieni fuori!

Marta, Maria! Perché mi avete fatto fare questo? Perché? Non eravamo stati felici insieme una vita intera?

Una vita ha una durata prestabilita, forse?

Perché avete voluto forzare il tempo, scardinarne i lucchetti? Non era forse giunto il mio momento, la  pace meritata?

Non avevate voi  fede nel naturale corso degli eventi? Non era già una consolazione meritata vegliare su uno scrigno colmo di ricordi?

Perché avete invocato Lui? Perché avete voluto dare materia  alle sue promesse?

La vostra Fede, non era già Fede senza bisogno di Sostanza?

 

Lazzaro, vieni fuori!

Fermati Cristo, fermati!

Non far rimuovere la pietra che ha finalmente sigillato le mie paure: finalmente mi sento!

Nel buio riesco a vedermi, riesco ad illuminare le voci che un tempo mi conducevano altrove.

Ho sempre avuto fede nella tua Parola, ma mai come ora ho avuto prova dell’avvento del tuo Regno.

Perché riportarmi nell’ombra della Speranza. Perché?

Forse non ci credi neanche tu? Forse anche tu sei vittima di un ruolo che non hai scelto?

La morte di un uomo, la morte di un amico, vale forse meno della propria missione?

Sono un uomo, lo so. Non basta?

Ma sappi, che chi vuoi convincere sono uomini, come me.

E tutti, dico tutti, hanno la mia stessa dignità, non barattabile con nessun’ Idea, neppure la più meritevole di Fede.

Le idee non sono eterne. Variano in forma e sostanza. Muoiono e risorgono, ma con un corpo diverso, un’Anima diversa.

Tu lo sai, so che lo sai: sarai deriso, perseguitato e ucciso.

Io lo so, e non sono di certo figlio di Dio.

E lo so per un motivo ben preciso. Ho avuto nella mia vita una sola pretesa, essere amato, senza alcun interesse, poter sigillare il flusso di ogni emozione in atti definitivi.

Ora, finalmente, iniziavo a godere dell’indice della mia esistenza. E tu? Cos’hai fatto? Mi hai rimesso alla prova? E perché?

 

 

Lazzaro, vieni fuori!

No!

La pietra che tu vuoi scollare dalla mia speranza attutita, la tengo stretta tra le mie braccia.

Mi inchioda al luogo che finalmente mi ha reso Uomo. Mi inchioda al riposo meritato, ad una preghiera esaudita e tanto a lungo desiderata.

Prendi un altro, non me.

Mi eri amico, così dicevi, e allora dimostramelo! Non scaricare su altri la responsabilità di una pena che vuoi far passare per Dono.

Sono un uomo, Io. Un Uomo. E me ne vanto!

Il mio unico errore è stato nascere, e di questa colpa non ne sono neanche mai stato responsabile.

Ho pianto. E tanto. La mia prima parola, addirittura, è affogata tra le lacrime: non bastava questo per farti capire di essere in debito con la missione di cui Tu sei Incarnazione?

Finalmente ho concluso in un sospiro il lungo susseguirsi dei miei respiri, da sempre soffocati da risposte senza fiato.

Vuoi farmi tornare indietro?

No!

E perché poi? Per dare un Senso ad eventi inevitabili? Per distrarre dalla Fine?

No!

Capisci cosa vuol dire ‘No’?

‘No’ vuol dire essere liberi. ‘No’ vuol dire scegliere il motivo di un’esistenza. ‘No’ vuol dire dare un senso al momento in cui finire, senza alcun dogma, senza alcuna imposizione, senza alcun condizionamento.

L’eternità non può essere un obbligo. L’assoluzione dai propri errori non deve essere una scusa.

Io posso essere l’Oltre da ricercare.

E lo posso essere da solo, senza dover per questo risorgere per rendere merito a chi mi ha sempre offerto un’amicizia non gratuita.

 

 

Lazzaro, vieni fuori!

Gesù mio, amico di tempi perduti, di tempi sprecati.

Se avessi potuto scegliere di essere un ponte, tra ciò che sarei voluto essere e ciò che non sono stato,

non sarei stato altro che un ponte diroccato, un arcobaleno scolorito dal tempo franato all’apice del suo colore più acceso.

Se avessi potuto scegliere di essere ciò che non sono, sarei stato una falena dalle vesti sgargianti nel chiaroscuro di una notte senza luna.

 

 

 Lazzaro, vieni fuori!

 Essere è non sentirsi, amico mio.

E tu mi chiami a Te.

A me.

No, é la mia risposta. E prendila, senza offesa, come la più grande professione di Fede all’Uomo, alla libertà, a ciò che sei, a ciò che sono, a ciò che deve Essere.

Risorgo senza Vita.

E mi inchino ad un diniego.

Così deve essere.

Così sia.

 

M.Scalzi, 2013

A Cento Passi dal Silenzio

Postati in letteratura, narrativa, poesia, racconti con i tag , , , , su 8 febbraio 2013 da ilMerzbau

morto_cammina

 

“Nessuna città

 dovrebbe essere tanto grande

che un uomo, un giorno,

 non possa uscirne camminando”

                             (C.Connolly)

Strade. Percorsi non previsti. Limiti circoscrivibili, calpestabili, tradotti in un lento passaggio trafitto da pioggia, neve o sole cocente. Strade percorse a piccoli passi e subite con pazienza.

Di questo era composta la vita dell’uomo senza nome: strade, nient’altro. E non vi era pericolo che potesse inciampare tra le parole. Il silenzio lo sorreggeva continuamente, aiutandolo ad andare sempre più lontano.

Camminava e camminava, ogni giorno, senza sosta. Si incrociavano col suo cammino vite appena intraviste nella mezza luna di uno sguardo distratto, attento più che altro ad un intralcio non previsto che al resto.

Quando ancora il paesaggio non veniva cancellato da sagome brulicanti di quotidianità, come alba puntuale al di là delle nuvole, ecco accorrere da lontano lui ed il suo cammino. Senza sosta, senza fine, senza neanche una parola a coprirne il battito del cuore accellerato per la fatica.

Appoggiato al suo bastone da rabdomante, alla ricerca dell’equilibrio come acqua sorgente, l’uomo superava le macchine che gli si ponevano di fronte, con una velocità pari al suono dei suoi pensieri.

Nessuno si era posto mai il problema di chi fosse, del perché di quel continuo girovagare. Nessuno si era mai preoccupato di quella presenza così puntuale, così ben incastonata fra la monotonia delle ore. Perché farsi troppe domande? A cosa sarebbe servito saperlo? A nulla.

Ma Pietro non era di questa idea.

Pietro era un bambino, come tanti, ma non del tutto uguale agli altri. Aveva poca esperienza, come tutti i coetanei, ma per colpe non sue aveva aveva già quasi consumato tutta la polvere di fata regalatagli alla nascita.

Era già consapevole, Pietro, di come la verginità fosse un punto di partenza, non un arrivo ragionato. E di come dovesse essere centellinata nel corso dell’esistenza per non rimanerne mai senza. Ne era già consapevole dal fondo delle sue tasche ormai vuote d’illusione.

Pietro aveva un padre ed una madre. Ma, in fondo, non se ne era mai accorto. Li aveva percepiti entrambi sempre così distanti da sé da non riuscire a sentirsi parte di una famiglia, neanche nel rispetto di una lontananza. Una famiglia costretta, dalle proprie imperfezioni, a maturare insieme. Una famiglia distorta, ma sempre e comunque morbida.

Pietro aveva provato a chiedere spiegazioni, a cercare di capirne il motivo. Era un bambino, ma in fondo un piccolo uomo, e non poteva certo accontentarsi di risposte banali.

Aveva chiesto spesso il perché della sua venuta al mondo, specie quando alla fine delle lunghe discussioni tra i genitori veniva spedito in camera sua in malo modo. Ma la risposta ricevuta, allo scoppio della pace, era sempre la stessa ‘Un’atto d’amore, piccolo mio, sei nato da un atto d’amore’.

- Ma un atto d’Amore, non é Uno? Un momento di grazia non é limitato nel tempo? – si chiedeva – Se bevo, non é per dissetarmi? Se bevessi per avere ancora sete, per avere desiderio di altri liquidi diversi dall’acqua, e per lo più irraggiungibili, non sarebbe meglio morire d’arsura? – si chiedeva. Ma le risposte che riceveva erano sempre le solite. Troppo poche per un bimbo che sognava un cielo stellato e fino ad allora aveva conosciuto solo notti senza luna.

Pietro era così.

Come poteva quindi non domandarsi il perché quell’uomo, a qualunque ora del giorno e della notte, camminasse senza mai fermarsi? Un giorno chiese al padre:

Papà, ma perché quel signore cammina sempre?

Quale signore?

Quel signore che incontriamo ogni giorno!

Pietro. Che domande fai? Non lo so. Dài, non ho tempo per queste sciocchezze.

Ma non ha mai un’influenza quel vecchietto? Non gli fa male il freddo, la pioggia?

Pietro, non lo so! Avrà i suoi motivi!

Papà, perché non glielo chiedi?

No. Sono fatti suoi, Pietro, e comunque non…

…Perché no?

Perché ho altro a cui pensare…

Forse anche lui…ma tu non lo vorresti sapere?

No…la smetti per favore?

…Si, scusa. Te lo chiedevo solo perché mi sembra così triste…

Pietro, basta! Mi stai stufando. Cosa sono tutte queste domande? fai il bambino: Impara a tacere!

Ma quello che non parla sei tu. E non mi sembri piccolo.

 

Per fortuna esistono i nonni nella vita di un bambino. Per fortuna esistono angeli che fanno delle proprie rughe vanto e non limite.

Per fortuna, c’é chi vive di Grazia senza volere in cambio nulla, se non attenzione. Così, Pietro, chiese un giorno a sua nonna se avesse mai visto quell’uomo. Lei stava sempre a casa, ma non avrebbe avuto difficoltà a notare una persona che ad orari precisi si affacciava alla sua finestra con la propria costanza. Quel vecchietto, che con duemila passi ne riusciva a compiere solo due, era a tempo con il suo modo di vivere.

Si, lo ricordo piccolo mio…da sempre.

Come da sempre?

Da bambina lo vedevo camminare ogni giorno nelle vie qui intorno…

Ma non gli hai mai detto niente?

Avrei voluto…mi sorrideva quando provavo ad accennare qualche parola…

E…?

…e poi niente. Non avevo il coraggio e non era conveniente che una bambina rivolgesse parola ad uno sconosciuto. Tempi diversi i miei Pietruccio…

Ma lo hai mai visto fermo?

Mai. Per un periodo non ho più fatto caso a lui. Pensavo fosse morto. Ora, da qualche anno é rispuntato, e sembra non sia invecchiato di una virgola.  

Un giorno, durante un pomeriggio come tanti altri, ma dai colori diversi, Pietro decise di saperne di più: la curiosità si nutre di imprevisti, e quello sembrava il momento giusto per fare ordine nei suoi pensieri.

Aspettò di uscire col padre per chiedere a quel signore il motivo di quelle passeggiate continue. Si guardò in giro, quando finalmente, da lontano, lo vide arrivare quasi scalasse la strada. Ne scorse la testa, poi il naso e la bocca. Quando le sue gambe furono a poche spanne, capì che doveva prepararsi a formulare la domanda giusta, senza alcun fronzolo. Non appena le rughe dell’anziano si presentarono alla stessa altezza dei suoi occhi, puntuali rispetto ad una possibile disattenzione, gli chiese:

Perché cammini sempre?

L’uomo fece ancora due passi. Sorrise e si fermò. Così, con un gesto quasi impercettibile delle labbra:

Perché nessuno mi ha mai fermato.

Guardò Pietro negli occhi e gli suggerì un silenzio confortante: era ora. Furono pochi secondi, muti come il tempo che c’era voluto per formulare la domanda. Poi si girò, non dismettendo l’espressione con cui l’aveva ascoltato.

Una luce rossa, il tintinnìo del passaggio a livello, la mano del padre a strattonare Pietro e la sua meraviglia. Un treno come una lama tra lui e il vecchietto. Poi il nulla, e la strada deserta.

Che succede Pietro? – chiese il padre al suo stupore.

Che fine ha fatto il vecchietto?

Cosa?

Il vecchietto che cammina: Non c’é più.

Di nuovo con le tue domande? Non c’é nessun vecchietto.

Ma…

Andiamo a casa. Non ho tempo da perdere.

Pietro lo seguì. Ancora una volta senza aver ricevuto una risposta.

Non seppe più nulla di quel signore. Non lo vide più. Ed il paesaggio perse il contorno di cui si nutriva. Pietro non vide più il vecchietto ed il suo bastone, ma quella notte dormì profondamente.

Fino a riposarsi per bene.

L’alba senza fretta bussò alla finestra e gli aprì la porta. Era arrivato il momento di uscire da solo. Di camminare.

Pietro fece il primo passo. Il silenzio intorno gli diede la forza per compierne altri mille.

Non si fermò più.

 

M.Scalzi,2012 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Ora Risorta

Postati in letteratura, poesia, Uncategorized con i tag , , , , , , , , , , su 18 novembre 2012 da ilMerzbau

Altro. Da me,

e dall’attesa

di vedere esaudita

una promessa scaduta.

La ricerca del Sacro,

dell’Ora risorta

ai margini dell’ultimo ponte,

nasconde l’approdo nascosto

a sponde riunite

dal tempo.

Sono stato assunto in cielo

con le scarpe inchiodate ai piedi,

Con la bocca soffocata

da promesse odoranti

di sangue infetto.

Troppo ricche di colpa

per condannarmi ad un silenzio

complice.

Mi compiaccio

ora

dell’ombra in cui sosto,

perché lontana,

indefinita,

completa nei suoi contorni.

Ed ho tutto il cosmo tra le mani

tutto il riflesso di giorni andati,

e colpevolmente rifioriti

in uno sguardo, in un respiro

troppo a lungo

custodito.

Altro. Da me.

Come il prossimo

in cui inciampo,

il cui sguardo mi costringe,

sotto il Credo di un’asfalto riparatore.

In attesa

di una pioggia salvifica,

di una crepa dal riflesso

disatteso.

In attesa di una goccia,

così leggera,

da pesare più

di una colpa,

di un vagito.

Altro. Finalmente. Da me.

(M.Scalzi,2012)

 

Un Angelo Personale

Postati in letteratura, narrativa, poesia, racconti, Uncategorized con i tag , , , , , , , , su 12 ottobre 2012 da ilMerzbau

 ”L’arte di vivere è l’arte di saper credere alle bugie.”

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        C.Pavese

1.

Mamma, mamma, questa mattina ho visto un Angelo.

Si tesoro? Brava! E dov’era?

Per strada. All’angolo del marciapiede sotto casa

Ah si? E com’era fatto?

Non aveva le gambe

Oh mio Dio! Come ‘non aveva le gambe’?

Non ce le aveva…Punto! Era su una sedia a rotelle e mi sorrideva…

Ma no tesoro, sicuramente ti sarai sbagliata. Gli angeli sono alti, belli e con le ali bianche…

No mamma, era un angelo!

Ma come fai a dirlo?

Me l’ha detto lui

Tesoro…ricordi cosa diceva il nonno?

Cosa?

la bocca é una grande ricchezza…‘: sai cosa vuol dire?

Lo so mamma, lo so…ma non é questo il caso…Poi sono grande ormai!

Appunto amore, sei grande! Ed è ora…

…Poi era tutto luminoso…

ah!…luminoso, ci mancava questa!…e le ali, magari aveva pure le ali, giusto?

No. non aveva le ali…

…meno male! Ora vestiti però…

In terra non c’è bisogno di ali’…così mi ha detto…

…di nuovo?!…ok! Bene…ed il ‘tuo angelo’ perché non era in cielo?

…ha detto che in cielo non c’é bisogno di loro…

Vera! Ora basta! Devo sistemarmi anche io…tra qualche minuto arriverà la baby sitter…racconterai a lei questa favola…

Non mi credi mamma?…

Si che ti credo tesoro, ma devi vestirti…

Se non mi credi, girati. …dietro di te c’è un Angelo…

in che senso?

‘…Cecilia…’- una voce dietro di lei: il sangue come ghiaccio fuso nelle vene.

2.

Claudio Stormi é appena uscito dalla doccia. Attento a non bagnare il nuovo parquet che ha fatto montare in bagno, con un salto ben preciso, atterra sul tappetino a forma di piede di fronte allo specchio. Afferra al volo un asciugamano e resta fermo lì, qualche minuto, ad ammirare il suo fisico scolpito da ore ed ore di palestra. E dal suo chirurgo plastico.  Claudio si avvicina irrimediabilmente agli ‘anta’ e quando una nottdi qualche anno fa si è reso d’improvviso conto dello smacco della carne, ha rimediato con facilità al problema: una telefonata ad uno dei più rinomati chirurghi della Capitale e la soluzione in tasca, senza alcun problema di denaro. Claudio Stormi è ricco e può comprare tutto con quel che ha guadagnato, anche la serenità.

3.

Cecilia, spaventata, si gira con attenzione. Vede dietro di sé un signore di mezz’età, leggermente più basso di lei, che le sorride senza dire un parola.

Chi è lei? Come conosce il mio nome? Come ha fatto ad entrare?

La porta era aperta…

[...]

(Tratto da “Oltre lo Specchio”,2012)

A Mani Nude

Postati in letteratura, narrativa, poesia con i tag , , , , , , su 12 febbraio 2012 da ilMerzbau

Ci Credevi.

Ci Credevo.

Ma Pensavi fossi Cosa.

                             Cosa?

Ciottolo di confine.

Pausa. Sterpaglia a fuoco.

Passato cadente eretto

A memoria d’uomo.

La neve

Sporca di passi desueti

mantiene la sua verginità

ingrigendosi solo

del peso.

Ci credevi.

Ci credevo.

Ma pensavi fossi Cosa.

                            Cosa?

Ombra al bivio.

Rimorso.Virgola senza punto.

Cadavere risorto senza un corpo.

Da piangere.

Il freddo disinteressato

Alla consuetudine delle Ore

Rimanda al gelo

Le promesse

Maturate al caldo

Di un’Estate appassita.

Scavo a mani nude.

Spezzo cristalli

Rompendomi le unghie.

La terra trema.

Mi manca il cielo sotto i piedi.

Mario Scalzi (2012)

Le Clessidre rotte (Lontananza)

Postati in letteratura, narrativa, poesia, racconti con i tag , , , , , , su 15 novembre 2011 da ilMerzbau

 

 

Crearsi delle abitudini involontariamente. Imbattersi nella loro monotonia durante percorsi quotidiani compiuti meccanicamente. Inciampare sempre nelle stesse persone e ritenerle a poco a poco parte di sé. Trovare un punto nel paesaggio quasi per caso, ed ogni giorno, come fosse un’ossessione, fermarsi qualche secondo ad osservare per scoprirne difetti o meraviglie, ammirandone i contorni il tempo necessario per renderlo meta ideale dei propri viaggi mentali, per immagazzinarlo nella propria memoria così da poterlo ricostruire altrove, sulla carcassa di un luogo diverso lontano dalle proprie idee.

Innamorarsi di una ragazza senza aver mai avuto occasione di conoscerla, aspettare l’ora giusta per poterne scorgere di nascosto i movimenti, e ritrovarsi da soli a pensare a cosa potrebbe pensare in quel momento.

 

Partire.

In cerca di fortuna. In cerca di qualcosa di meglio.

Nella convinzione che tutto questo sia limitante.

Nella speranza di essere qualcosa di più.

Perdere i propri gesti automatici. Sentire il peso della libertà per qualche tempo, essere convinti di aver raggiunto l’approdo desiderato. Stringere il mondo tra le mani, accarezzarlo, e rendersi  d’un tratto conto di come non combaci con i calli che le mani hanno coltivato nel corso degli anni. Trovarsi a spiare a testa bassa la gente per strada e non riuscire a sentirla familiare, non capire come fare a trovare con loro un punto in comune, non essere capaci di parlare la stessa lingua. E le parole non contano. Ammirare intorno a sé ogni meraviglia, colline e distese dai colori sempre lucenti, architetture più grandi di ogni aspettativa, tramonti dipinti su tavolozze più ampie di quelle a cui si è abituati.  E ritrovarsi per incanto a cercare tra le pennellate in cielo tratti che possano essere eco di quelli così a lungo osservati, ed in un secondo disprezzati. Innamorarsi di nuovi volti e lineamenti diversi, ma cercare nello sguardo e nei gesti, particolari lontani dalla carne osservata.

 

Tornare.

In cerca di sé stessi.

In cerca del meglio già conosciuto perfetto nella sua immobilità.

Vergine nel suo profumo d’antico.

Convincersi di come non sia limitante riuscire ad osservare la propria natura nella monotonia.

 

E non trovare più nessuno.

 

Uscire da casa per ripercorrere dopo anni le strade che ti hanno reso uomo, e non incontrare più quelle abitudini conquistate col tempo. Cercare ai bordi delle vie le persone che avevano ristretto così tanto il tuo mondo, con i loro tragitti coincidenti con i tuoi, da farti scappare lontano.  E non scorgerli più, se non in un nome listato a lutto dalle intemperie. Cercare i propri luoghi, il conforto del tempo, e non trovare nulla, se non nuove costruzioni mentali, nuovi spazi. Incontrare una donna, e scorgere nei suoi lineamenti la somiglianza con la ragazza che un tempo incontravi e che era riuscita a rilegare i tuoi ricordi. Aver voglia di avvicinarti per scambiare due parole, per sapere che fine abbia fatto la figlia, la nipote. Ed accorgersi di colpo, da un modo di fare, da un rapido movimento, che è proprio lei, che quella signora davanti a te ha ucciso uno dei tuoi ricordi più vivi. Ed ha ferito a morte anche te.

 

Ripartire.

Forestiero tra forestieri.

 Nella speranza di ricadere in un’abitudine nuova.

Convinto che un nuovo calco di sé

Possa soffocare le forme conosciute


Prima o poi si fermerà qualcuno,

 

e sarai tu parte di Memorie

non tradite.

©MarioScalzi2011

 

Non Vedo

Postati in letteratura, poesia con i tag , , , , , , , su 9 novembre 2011 da ilMerzbau

Non vedo.

Luce, lontano.

Ecco, le Macchie sulle pupille.

Dicevi? Per rimuover lo sporco è necessario vedere altrove

per non perdere parti di sé. E’ per strada che si prosciuga

l’Illusione, sorda nel proferire parola,

di voler dare un fine.

È un sé colmo di Senso,

invisibile all’attenzione dell’essere-quì-davvero,

aver paura d’aver timore di una scelta

tra le tante che abbiamo già sbagliato.

E’ difficile pensarsi unici

tra le pieghe di un pensiero appena sfiorato,

non riesci a custodire un segreto con te stesso che hai paura di cadere.

Ed ecco che cadi.

Nella memoria io ti ho già conosciuto.

Nel  conforto osservi senza peso la Pena degli altri,

e pensi a quanto sia facile compiacersi del gusto

di non volere.

Sorridi.

 

Quanto tempo ancora?

e nel domandartelo mi accorgo

di essermi già arreso.

Eccomi cadere lungo le nostre orme,

e con quei gesti soliti ma così insoliti

adesso, indichi il segno di una resa.

Arrivano, a volte,

quando meno te lo aspetti,

parole sincere.

Alcune le diremo,

così sorrido all’idea che quel giorno..

Proprio negli stessi luoghi che visitiamo da tempo

di notte, sì, proprio in quello stesso istante,

ci sfiorerà il dubbio.

E ci sveglieremo, sicuri di esser stati sognati dal sonno.

E così sia.

©Mario Scalzi 2011

tratto da ‘Il Buio Esaudito’(2011)

Avresti mai il coraggio di Risorgere?

Postati in letteratura, narrativa, poesia con i tag , , , , , su 5 novembre 2011 da ilMerzbau

Ci porteranno via in orizzontale

Tesi a coprire il cielo

Col nostro corpo steso.

Ascolteremo allontanarsi

Il brusìo attento

Al dire bene di noi.

Perché osservati in silenzio.

Si fermerà qualcuno,

non visto, non conosciuto.

Un sussulto scuoterà

La carne morta

 D’un tratto:

Un’illusione

Un’altra. Tra le tante.

Solo curiosità per altra Vita stancata

Dal tempo.

Noi, sempre così lontani dalle date,

Dai numeri,

Così incoscienti di noi

E da ciò che credevamo di avere.

Non ci siamo accorti

Che già dal primo vagito

Era iniziato il conto alla rovescia:

A crescere.

Forse è questo che ci ha distratto.

Sono nato ieri.

                                                                                                  Il cielo nascosto altrove,

I miei occhi attenti alle pareti,

Alle sue crepe

Fredde come astri.

E tu?

Sei così sicura

Di essere Viva?

Coprimi bene

Intanto,

Ho freddo,

Non vorrei risvegliarmi tremando.

Hai visto

Come fa buio presto?

©Mario Scalzi 2011

Elì Elì lemà Sabachthàni?

Postati in letteratura, narrativa, poesia con i tag , , , , , , , su 1 novembre 2011 da ilMerzbau

Padre mio che sei nei cieli,
non mi è cara questa terra per cui a breve morirò.
Deporrò tra le tue mani, Padre, questa vita a me così estranea,
perché sia fatta la tua volontà, che oggi sento così lontana.

Precederò nella Valle della Morte i miei assassini.

Salverò tutti, Padre mio.

Ma io so, per aver vissuto come loro, che non sentiranno il peso della croce, inchiodati come sono al Silenzio.

Ma sia fatta la tua volontà, sia fatta la loro volontà.

Perdonami Padre,
se mi sento creditore di un sacrificio non compreso.
Un sacrificio dello stesso peso di una pietra.
Immobile, fredda, nonostante il sole la riscaldi.
Una pietra che non gode del calore e maledice la tua luce.

O forse Padre, la mia pena è proprio questa,
il riscatto che io pago con la morte
è andare via condividendo
la miseria di chi non merita il mio dolore.
Comprendere le ragioni
dei sospiri

Ma se il mio ultimo grido di dolore,
pesasse quanto il loro primo vagito?

E poi, Perché Io?

Perché questa carne?

Non basterebbe chieder loro, ad uno ad uno, se siano mai stati felici?
E aspettare una risposta.
Una reazione.
Un’assoluzione personale?

Perché, Padre, devo morire,
senza ancora poter dire
di essere parte
di tutto

Perché devo aver Fede
in una Fede
che è in Me,
ma non ne sento beneficio,
e mi costringe
a gridare al cielo
lo strazio del Tempo

Elì Elì lemà Sabachthàni?

Perdonami
se mi sento rimedio ad un errore.
Se sento così forte il peso
di una colpa non mia.
Forse ho assunto su di me
la paura della morte così tanto
da temere il tuo Amore.

Così tanto da non capirne il senso.

Ho visto uomini accettare la sofferenza,
desiderare la pace nell’Assenza,
nel conforto del silenzio:
ma io non sono così.

Copia tra copie,
divina
quanto le loro essenze.

Ma io muoio innocente.

Mi basta morire una volta,
una sola,
per meritarmi un posto
accanto a te.

Loro no.
Hanno il tempo di capire
Che una morte non basta

La pietra angolare che tu hai scelto,
Padre,
ha edificato una torre tronca.
E le macerie non sono
il Verbo:
solo un alibi.

Elì Elì lemà Sabachthàni?

Ho fatto pescatori d’anime
uomini inconsapevoli,
quando io per primo
non sapevo ancora
se i fondali
di questo mondo
fossero pescosi.

E quando ho nascosto
la Disperazione
in un abbraccio di conforto,
ho cercato solo una spalla
su cui morire per un momento,
senza dolore,
spacciando ogni mia azione
per Pietà.

Ho visto, Padre,
piangere per fame,
disperarsi per solitudine,
gridare il tuo nome
e non avere più fiato
per chiedere
aiuto

Ho visto gente
Senza colpa
Non aver bisogno
Dell’Eterno,
Ma di pane,
Di serenità.

La Speranza della Serenità,
Mio Signore,
non ha forza

Neanche per me

Quì

Perdonami Padre,
Sono un Morente,
come tanti,
ed il dolore
non ha tempo
nella propria Memoria.

Il battito del cuore
Ed il mio respiro frammentato
Sono troppo
Vivi

Per essere Divini

Ora.

Prega per me, Padre mio
Prega, perché anche la mia Anima
Sia salva

Elì Elì lemà Sabachthàni?

Mario Scalzi 2011

tratto da ‘Il Buio Esaudito’(2011)

Stuprare l’Imperfezione per renderla Vergine

Postati in letteratura, narrativa, poesia con i tag , , , , su 28 ottobre 2011 da ilMerzbau

Ho accatastato lamiere

di ricordi incompleti

per farne macchine

perfette.

Ho saldato con i loro errori

i progetti di oggi,

pronto a detestarne

le imperfezioni.

Senza una parola in più.

Grovigli Freddi. Pallidi.

Scivolano veloci

sull’asfalto.

Ricadono nell’urto

di una crepa.

Di un Impatto.

Rumori. Odori. Spasimi del Ventre. Stridori. Conati spezzati dal gusto di sapori ancora incontrollabili

mi preservano

da Me.

Caronte dov’é? Dove si é nascosto?

Ho bisogno di un nocchiero. Di una guida cieca.

Ora.

Ma basta una moneta

per guadare il fiume?

Basta una moneta per superare un’idea morta?

O serve una Vita intera?

Non so.

Comunque sia, la mia non vale abbastanza.

Il Cielo é buio

e non basta una luce,

neanche la più piccola,

per rifletterne il senso.

Essere é vivere Altrove. Da Sé.

E la Vita, é un’altra Storia.

©Mario Scalzi 2011

 

 

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