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Il Rifiuto di Lazzaro (Il Peso della Libertà)

Postati in letteratura, narrativa, poesia, racconti, religione con i tag , , , , , , , , , , , su 10 marzo 2013 da ilMerzbau

Particolare-della-resurrezione-di-lazzaro-Caravaggio

Lazzaro, vieni fuori!

Un Eco dagli abissi mi richiama ad una stabilità precaria da cui ero caduto mantenendone il ricordo, come ombra di luce imperfetta.

Chi mi chiama? Chi invoca di nuovo la mia assenza nella comodità di un nome?

Non ho già dato abbastanza? Non meritavo altro?

Iniziavo finalmente a godere di una pace senza bordi da ripulire dall’abuso di polvere e paura, prima di questa Voce proveniente dall’Assenza.

Sei tu, Gesù? Sei proprio tu?

 

Lazzaro, vieni fuori!

Marta, Maria! Perché mi avete fatto fare questo? Perché? Non eravamo stati felici insieme una vita intera?

Una vita ha una durata prestabilita, forse?

Perché avete voluto forzare il tempo, scardinarne i lucchetti? Non era forse giunto il mio momento, la  pace meritata?

Non avevate voi  fede nel naturale corso degli eventi? Non era già una consolazione meritata vegliare su uno scrigno colmo di ricordi?

Perché avete invocato Lui? Perché avete voluto dare materia  alle sue promesse?

La vostra Fede, non era già Fede senza bisogno di Sostanza?

 

Lazzaro, vieni fuori!

Fermati Cristo, fermati!

Non far rimuovere la pietra che ha finalmente sigillato le mie paure: finalmente mi sento!

Nel buio riesco a vedermi, riesco ad illuminare le voci che un tempo mi conducevano altrove.

Ho sempre avuto fede nella tua Parola, ma mai come ora ho avuto prova dell’avvento del tuo Regno.

Perché riportarmi nell’ombra della Speranza. Perché?

Forse non ci credi neanche tu? Forse anche tu sei vittima di un ruolo che non hai scelto?

La morte di un uomo, la morte di un amico, vale forse meno della propria missione?

Sono un uomo, lo so. Non basta?

Ma sappi, che chi vuoi convincere sono uomini, come me.

E tutti, dico tutti, hanno la mia stessa dignità, non barattabile con nessun’ Idea, neppure la più meritevole di Fede.

Le idee non sono eterne. Variano in forma e sostanza. Muoiono e risorgono, ma con un corpo diverso, un’Anima diversa.

Tu lo sai, so che lo sai: sarai deriso, perseguitato e ucciso.

Io lo so, e non sono di certo figlio di Dio.

E lo so per un motivo ben preciso. Ho avuto nella mia vita una sola pretesa, essere amato, senza alcun interesse, poter sigillare il flusso di ogni emozione in atti definitivi.

Ora, finalmente, iniziavo a godere dell’indice della mia esistenza. E tu? Cos’hai fatto? Mi hai rimesso alla prova? E perché?

 

 

Lazzaro, vieni fuori!

No!

La pietra che tu vuoi scollare dalla mia speranza attutita, la tengo stretta tra le mie braccia.

Mi inchioda al luogo che finalmente mi ha reso Uomo. Mi inchioda al riposo meritato, ad una preghiera esaudita e tanto a lungo desiderata.

Prendi un altro, non me.

Mi eri amico, così dicevi, e allora dimostramelo! Non scaricare su altri la responsabilità di una pena che vuoi far passare per Dono.

Sono un uomo, Io. Un Uomo. E me ne vanto!

Il mio unico errore è stato nascere, e di questa colpa non ne sono neanche mai stato responsabile.

Ho pianto. E tanto. La mia prima parola, addirittura, è affogata tra le lacrime: non bastava questo per farti capire di essere in debito con la missione di cui Tu sei Incarnazione?

Finalmente ho concluso in un sospiro il lungo susseguirsi dei miei respiri, da sempre soffocati da risposte senza fiato.

Vuoi farmi tornare indietro?

No!

E perché poi? Per dare un Senso ad eventi inevitabili? Per distrarre dalla Fine?

No!

Capisci cosa vuol dire ‘No’?

‘No’ vuol dire essere liberi. ‘No’ vuol dire scegliere il motivo di un’esistenza. ‘No’ vuol dire dare un senso al momento in cui finire, senza alcun dogma, senza alcuna imposizione, senza alcun condizionamento.

L’eternità non può essere un obbligo. L’assoluzione dai propri errori non deve essere una scusa.

Io posso essere l’Oltre da ricercare.

E lo posso essere da solo, senza dover per questo risorgere per rendere merito a chi mi ha sempre offerto un’amicizia non gratuita.

 

 

Lazzaro, vieni fuori!

Gesù mio, amico di tempi perduti, di tempi sprecati.

Se avessi potuto scegliere di essere un ponte, tra ciò che sarei voluto essere e ciò che non sono stato,

non sarei stato altro che un ponte diroccato, un arcobaleno scolorito dal tempo franato all’apice del suo colore più acceso.

Se avessi potuto scegliere di essere ciò che non sono, sarei stato una falena dalle vesti sgargianti nel chiaroscuro di una notte senza luna.

 

 

 Lazzaro, vieni fuori!

 Essere è non sentirsi, amico mio.

E tu mi chiami a Te.

A me.

No, é la mia risposta. E prendila, senza offesa, come la più grande professione di Fede all’Uomo, alla libertà, a ciò che sei, a ciò che sono, a ciò che deve Essere.

Risorgo senza Vita.

E mi inchino ad un diniego.

Così deve essere.

Così sia.

 

M.Scalzi, 2013

A Cento Passi dal Silenzio

Postati in letteratura, narrativa, poesia, racconti con i tag , , , , su 8 febbraio 2013 da ilMerzbau

morto_cammina

 

“Nessuna città

 dovrebbe essere tanto grande

che un uomo, un giorno,

 non possa uscirne camminando”

                             (C.Connolly)

Strade. Percorsi non previsti. Limiti circoscrivibili, calpestabili, tradotti in un lento passaggio trafitto da pioggia, neve o sole cocente. Strade percorse a piccoli passi e subite con pazienza.

Di questo era composta la vita dell’uomo senza nome: strade, nient’altro. E non vi era pericolo che potesse inciampare tra le parole. Il silenzio lo sorreggeva continuamente, aiutandolo ad andare sempre più lontano.

Camminava e camminava, ogni giorno, senza sosta. Si incrociavano col suo cammino vite appena intraviste nella mezza luna di uno sguardo distratto, attento più che altro ad un intralcio non previsto che al resto.

Quando ancora il paesaggio non veniva cancellato da sagome brulicanti di quotidianità, come alba puntuale al di là delle nuvole, ecco accorrere da lontano lui ed il suo cammino. Senza sosta, senza fine, senza neanche una parola a coprirne il battito del cuore accellerato per la fatica.

Appoggiato al suo bastone da rabdomante, alla ricerca dell’equilibrio come acqua sorgente, l’uomo superava le macchine che gli si ponevano di fronte, con una velocità pari al suono dei suoi pensieri.

Nessuno si era posto mai il problema di chi fosse, del perché di quel continuo girovagare. Nessuno si era mai preoccupato di quella presenza così puntuale, così ben incastonata fra la monotonia delle ore. Perché farsi troppe domande? A cosa sarebbe servito saperlo? A nulla.

Ma Pietro non era di questa idea.

Pietro era un bambino, come tanti, ma non del tutto uguale agli altri. Aveva poca esperienza, come tutti i coetanei, ma per colpe non sue aveva aveva già quasi consumato tutta la polvere di fata regalatagli alla nascita.

Era già consapevole, Pietro, di come la verginità fosse un punto di partenza, non un arrivo ragionato. E di come dovesse essere centellinata nel corso dell’esistenza per non rimanerne mai senza. Ne era già consapevole dal fondo delle sue tasche ormai vuote d’illusione.

Pietro aveva un padre ed una madre. Ma, in fondo, non se ne era mai accorto. Li aveva percepiti entrambi sempre così distanti da sé da non riuscire a sentirsi parte di una famiglia, neanche nel rispetto di una lontananza. Una famiglia costretta, dalle proprie imperfezioni, a maturare insieme. Una famiglia distorta, ma sempre e comunque morbida.

Pietro aveva provato a chiedere spiegazioni, a cercare di capirne il motivo. Era un bambino, ma in fondo un piccolo uomo, e non poteva certo accontentarsi di risposte banali.

Aveva chiesto spesso il perché della sua venuta al mondo, specie quando alla fine delle lunghe discussioni tra i genitori veniva spedito in camera sua in malo modo. Ma la risposta ricevuta, allo scoppio della pace, era sempre la stessa ‘Un’atto d’amore, piccolo mio, sei nato da un atto d’amore’.

- Ma un atto d’Amore, non é Uno? Un momento di grazia non é limitato nel tempo? – si chiedeva – Se bevo, non é per dissetarmi? Se bevessi per avere ancora sete, per avere desiderio di altri liquidi diversi dall’acqua, e per lo più irraggiungibili, non sarebbe meglio morire d’arsura? – si chiedeva. Ma le risposte che riceveva erano sempre le solite. Troppo poche per un bimbo che sognava un cielo stellato e fino ad allora aveva conosciuto solo notti senza luna.

Pietro era così.

Come poteva quindi non domandarsi il perché quell’uomo, a qualunque ora del giorno e della notte, camminasse senza mai fermarsi? Un giorno chiese al padre:

Papà, ma perché quel signore cammina sempre?

Quale signore?

Quel signore che incontriamo ogni giorno!

Pietro. Che domande fai? Non lo so. Dài, non ho tempo per queste sciocchezze.

Ma non ha mai un’influenza quel vecchietto? Non gli fa male il freddo, la pioggia?

Pietro, non lo so! Avrà i suoi motivi!

Papà, perché non glielo chiedi?

No. Sono fatti suoi, Pietro, e comunque non…

…Perché no?

Perché ho altro a cui pensare…

Forse anche lui…ma tu non lo vorresti sapere?

No…la smetti per favore?

…Si, scusa. Te lo chiedevo solo perché mi sembra così triste…

Pietro, basta! Mi stai stufando. Cosa sono tutte queste domande? fai il bambino: Impara a tacere!

Ma quello che non parla sei tu. E non mi sembri piccolo.

 

Per fortuna esistono i nonni nella vita di un bambino. Per fortuna esistono angeli che fanno delle proprie rughe vanto e non limite.

Per fortuna, c’é chi vive di Grazia senza volere in cambio nulla, se non attenzione. Così, Pietro, chiese un giorno a sua nonna se avesse mai visto quell’uomo. Lei stava sempre a casa, ma non avrebbe avuto difficoltà a notare una persona che ad orari precisi si affacciava alla sua finestra con la propria costanza. Quel vecchietto, che con duemila passi ne riusciva a compiere solo due, era a tempo con il suo modo di vivere.

Si, lo ricordo piccolo mio…da sempre.

Come da sempre?

Da bambina lo vedevo camminare ogni giorno nelle vie qui intorno…

Ma non gli hai mai detto niente?

Avrei voluto…mi sorrideva quando provavo ad accennare qualche parola…

E…?

…e poi niente. Non avevo il coraggio e non era conveniente che una bambina rivolgesse parola ad uno sconosciuto. Tempi diversi i miei Pietruccio…

Ma lo hai mai visto fermo?

Mai. Per un periodo non ho più fatto caso a lui. Pensavo fosse morto. Ora, da qualche anno é rispuntato, e sembra non sia invecchiato di una virgola.  

Un giorno, durante un pomeriggio come tanti altri, ma dai colori diversi, Pietro decise di saperne di più: la curiosità si nutre di imprevisti, e quello sembrava il momento giusto per fare ordine nei suoi pensieri.

Aspettò di uscire col padre per chiedere a quel signore il motivo di quelle passeggiate continue. Si guardò in giro, quando finalmente, da lontano, lo vide arrivare quasi scalasse la strada. Ne scorse la testa, poi il naso e la bocca. Quando le sue gambe furono a poche spanne, capì che doveva prepararsi a formulare la domanda giusta, senza alcun fronzolo. Non appena le rughe dell’anziano si presentarono alla stessa altezza dei suoi occhi, puntuali rispetto ad una possibile disattenzione, gli chiese:

Perché cammini sempre?

L’uomo fece ancora due passi. Sorrise e si fermò. Così, con un gesto quasi impercettibile delle labbra:

Perché nessuno mi ha mai fermato.

Guardò Pietro negli occhi e gli suggerì un silenzio confortante: era ora. Furono pochi secondi, muti come il tempo che c’era voluto per formulare la domanda. Poi si girò, non dismettendo l’espressione con cui l’aveva ascoltato.

Una luce rossa, il tintinnìo del passaggio a livello, la mano del padre a strattonare Pietro e la sua meraviglia. Un treno come una lama tra lui e il vecchietto. Poi il nulla, e la strada deserta.

Che succede Pietro? – chiese il padre al suo stupore.

Che fine ha fatto il vecchietto?

Cosa?

Il vecchietto che cammina: Non c’é più.

Di nuovo con le tue domande? Non c’é nessun vecchietto.

Ma…

Andiamo a casa. Non ho tempo da perdere.

Pietro lo seguì. Ancora una volta senza aver ricevuto una risposta.

Non seppe più nulla di quel signore. Non lo vide più. Ed il paesaggio perse il contorno di cui si nutriva. Pietro non vide più il vecchietto ed il suo bastone, ma quella notte dormì profondamente.

Fino a riposarsi per bene.

L’alba senza fretta bussò alla finestra e gli aprì la porta. Era arrivato il momento di uscire da solo. Di camminare.

Pietro fece il primo passo. Il silenzio intorno gli diede la forza per compierne altri mille.

Non si fermò più.

 

M.Scalzi,2012 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un Angelo Personale

Postati in letteratura, narrativa, poesia, racconti, Uncategorized con i tag , , , , , , , , su 12 ottobre 2012 da ilMerzbau

 ”L’arte di vivere è l’arte di saper credere alle bugie.”

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        C.Pavese

1.

Mamma, mamma, questa mattina ho visto un Angelo.

Si tesoro? Brava! E dov’era?

Per strada. All’angolo del marciapiede sotto casa

Ah si? E com’era fatto?

Non aveva le gambe

Oh mio Dio! Come ‘non aveva le gambe’?

Non ce le aveva…Punto! Era su una sedia a rotelle e mi sorrideva…

Ma no tesoro, sicuramente ti sarai sbagliata. Gli angeli sono alti, belli e con le ali bianche…

No mamma, era un angelo!

Ma come fai a dirlo?

Me l’ha detto lui

Tesoro…ricordi cosa diceva il nonno?

Cosa?

la bocca é una grande ricchezza…‘: sai cosa vuol dire?

Lo so mamma, lo so…ma non é questo il caso…Poi sono grande ormai!

Appunto amore, sei grande! Ed è ora…

…Poi era tutto luminoso…

ah!…luminoso, ci mancava questa!…e le ali, magari aveva pure le ali, giusto?

No. non aveva le ali…

…meno male! Ora vestiti però…

In terra non c’è bisogno di ali’…così mi ha detto…

…di nuovo?!…ok! Bene…ed il ‘tuo angelo’ perché non era in cielo?

…ha detto che in cielo non c’é bisogno di loro…

Vera! Ora basta! Devo sistemarmi anche io…tra qualche minuto arriverà la baby sitter…racconterai a lei questa favola…

Non mi credi mamma?…

Si che ti credo tesoro, ma devi vestirti…

Se non mi credi, girati. …dietro di te c’è un Angelo…

in che senso?

‘…Cecilia…’- una voce dietro di lei: il sangue come ghiaccio fuso nelle vene.

2.

Claudio Stormi é appena uscito dalla doccia. Attento a non bagnare il nuovo parquet che ha fatto montare in bagno, con un salto ben preciso, atterra sul tappetino a forma di piede di fronte allo specchio. Afferra al volo un asciugamano e resta fermo lì, qualche minuto, ad ammirare il suo fisico scolpito da ore ed ore di palestra. E dal suo chirurgo plastico.  Claudio si avvicina irrimediabilmente agli ‘anta’ e quando una nottdi qualche anno fa si è reso d’improvviso conto dello smacco della carne, ha rimediato con facilità al problema: una telefonata ad uno dei più rinomati chirurghi della Capitale e la soluzione in tasca, senza alcun problema di denaro. Claudio Stormi è ricco e può comprare tutto con quel che ha guadagnato, anche la serenità.

3.

Cecilia, spaventata, si gira con attenzione. Vede dietro di sé un signore di mezz’età, leggermente più basso di lei, che le sorride senza dire un parola.

Chi è lei? Come conosce il mio nome? Come ha fatto ad entrare?

La porta era aperta…

[...]

(Tratto da “Oltre lo Specchio”,2012)

Le Clessidre rotte (Lontananza)

Postati in letteratura, narrativa, poesia, racconti con i tag , , , , , , su 15 novembre 2011 da ilMerzbau

 

 

Crearsi delle abitudini involontariamente. Imbattersi nella loro monotonia durante percorsi quotidiani compiuti meccanicamente. Inciampare sempre nelle stesse persone e ritenerle a poco a poco parte di sé. Trovare un punto nel paesaggio quasi per caso, ed ogni giorno, come fosse un’ossessione, fermarsi qualche secondo ad osservare per scoprirne difetti o meraviglie, ammirandone i contorni il tempo necessario per renderlo meta ideale dei propri viaggi mentali, per immagazzinarlo nella propria memoria così da poterlo ricostruire altrove, sulla carcassa di un luogo diverso lontano dalle proprie idee.

Innamorarsi di una ragazza senza aver mai avuto occasione di conoscerla, aspettare l’ora giusta per poterne scorgere di nascosto i movimenti, e ritrovarsi da soli a pensare a cosa potrebbe pensare in quel momento.

 

Partire.

In cerca di fortuna. In cerca di qualcosa di meglio.

Nella convinzione che tutto questo sia limitante.

Nella speranza di essere qualcosa di più.

Perdere i propri gesti automatici. Sentire il peso della libertà per qualche tempo, essere convinti di aver raggiunto l’approdo desiderato. Stringere il mondo tra le mani, accarezzarlo, e rendersi  d’un tratto conto di come non combaci con i calli che le mani hanno coltivato nel corso degli anni. Trovarsi a spiare a testa bassa la gente per strada e non riuscire a sentirla familiare, non capire come fare a trovare con loro un punto in comune, non essere capaci di parlare la stessa lingua. E le parole non contano. Ammirare intorno a sé ogni meraviglia, colline e distese dai colori sempre lucenti, architetture più grandi di ogni aspettativa, tramonti dipinti su tavolozze più ampie di quelle a cui si è abituati.  E ritrovarsi per incanto a cercare tra le pennellate in cielo tratti che possano essere eco di quelli così a lungo osservati, ed in un secondo disprezzati. Innamorarsi di nuovi volti e lineamenti diversi, ma cercare nello sguardo e nei gesti, particolari lontani dalla carne osservata.

 

Tornare.

In cerca di sé stessi.

In cerca del meglio già conosciuto perfetto nella sua immobilità.

Vergine nel suo profumo d’antico.

Convincersi di come non sia limitante riuscire ad osservare la propria natura nella monotonia.

 

E non trovare più nessuno.

 

Uscire da casa per ripercorrere dopo anni le strade che ti hanno reso uomo, e non incontrare più quelle abitudini conquistate col tempo. Cercare ai bordi delle vie le persone che avevano ristretto così tanto il tuo mondo, con i loro tragitti coincidenti con i tuoi, da farti scappare lontano.  E non scorgerli più, se non in un nome listato a lutto dalle intemperie. Cercare i propri luoghi, il conforto del tempo, e non trovare nulla, se non nuove costruzioni mentali, nuovi spazi. Incontrare una donna, e scorgere nei suoi lineamenti la somiglianza con la ragazza che un tempo incontravi e che era riuscita a rilegare i tuoi ricordi. Aver voglia di avvicinarti per scambiare due parole, per sapere che fine abbia fatto la figlia, la nipote. Ed accorgersi di colpo, da un modo di fare, da un rapido movimento, che è proprio lei, che quella signora davanti a te ha ucciso uno dei tuoi ricordi più vivi. Ed ha ferito a morte anche te.

 

Ripartire.

Forestiero tra forestieri.

 Nella speranza di ricadere in un’abitudine nuova.

Convinto che un nuovo calco di sé

Possa soffocare le forme conosciute


Prima o poi si fermerà qualcuno,

 

e sarai tu parte di Memorie

non tradite.

©MarioScalzi2011

 

Il Massaggiatore di Salme (2011)

Postati in letteratura, narrativa, poesia, racconti con i tag , , , su 18 ottobre 2011 da ilMerzbau

Racconto tratto da

Il Massaggiatore di Salme ed altre Storie

di Mario Scalzi

“…Non è tutto quel che vediamo o sembriamo

Un sogno in un sogno soltanto?”

(E.A.Poe)

 

 

Mi sfugge il senso delle cose. Non capisco la vita ed il suo corso. Non comprendo le persone e le loro azioni. Non accetto che tutto finisca.

Credo in una realtà. Unica e sola. La Solitudine. E nel silenzio contemplo la materia, il cui peso non mi sfugge. Ne ho cura. Fino alla fine. Poi distolgo la mia attenzione. Guardo altrove: c’è sempre un corpo che ha paura del buio. Ed Io sono lì. Io e la mia cura. Io e la mia misericordia.”

Così iniziava il mio diario giovanile. Allora scelsi il mio lavoro: prendermi cura dei corpi morti, mantenere viva la loro dignità prima della tumulazione.

Non sono un imbalsamatore, non uso prodotti chimici né bisturi: non è la scienza a muovere la mia mano, solo l’anima. Accarezzo l’immobilità. Massaggio carni spente. Le preparo ad essere scarto venerato. Lavoro strano il mio, inutile forse, ma è il mio.

Se avessi dato ascolto ai consigli dei miei genitori sarei dovuto diventare un medico, ma fin da piccolo ho imparato ad ascoltarmi con attenzione: troppa responsabilità, non si gioca con la vita della gente, é un dono preservare l’esistenza dalla malattia e dalla morte, ed io a malapena riuscivo a sopravvivere. Amavo l’arte, ma troppa sensibilità consuma l’anima e non avrei fatto altro che perdermi nella voragine dei sensi, per cui finii per scegliere una via di mezzo: curare i corpi appena abbandonati dal soffio vitale, preservarli dai primi segni della morte, concedere la giusta attenzione per ciò che fino a poco tempo prima era una persona, ora un sacco, un legno, un filo d’erba.

All’inizio fu una cura personale. Anonima. Lavoravo presso un’agenzia funebre ed il trattamento che riservavo alle salme non prevedeva neanche un’autorizzazione o una richiesta specifica da parte dei loro congiunti. Faceva parte del servizio. In breve divenne un lavoro a sé stante, autonomo. Bastò spargere la voce ed un’idea considerata originale ma inutile divenne un’esigenza dei più, un vezzo indispensabile.

Curavo la natura cadente, e ai miei clienti bastava. I miei strumenti erano le mani, la mia cura i massaggi. Con oli e unguenti sfregavo la materia inerme e la rendevo viva alla vista. I cadaveri, dopo il mio trattamento, lasciavano il mondo come se si dovessero allontanare solo per qualche giorno, nel pieno della forma, nel pieno della propria bellezza.

Giorno dopo giorno il mio nome divenne una garanzia.

I parenti dei defunti facevano la fila per ringraziarmi, e accadeva spesso che scegliessero, come foto ricordo dei loro cari, un’istantanea scattata dopo i miei massaggi.

- Fosse stato così bello in vita il mio Giorgio – le parole di una donna una volta – da vivo il suo viso era sempre così corrucciato. Un burbero, dottore, mio marito era un burbero con la faccia sempre scura. Lei lo ha trasformato in un angelo… – .

Non contava ribadire ogni volta che io non fossi  un medico. Per tutti lo ero. E chissà che non avessero ragione. D’altronde, si, non curavo malattie, ma elargivo la migliore fra le medicine possibili: la grazia. La gente bussava alla mia porta disperata e ne usciva serena, guarita. Cos’altro ero, dunque, se non un dottore?

Nel corso degli anni lo studio fu scenario anche di eventi sgradevoli, inconsueti per un mestiere come il mio. Fra i tanti ne ricordo uno in particolare, l’unica volta in cui pensai seriamente di interrompere la mia attività. Protagonista dell’episodio fu il marito di una paziente.  Annebbiato dal dolore e dalla meraviglia del mio lavoro, l’uomo non era più convinto che la moglie fosse realmente trapassata. Non credeva neanche all’oggettività dei dati clinici, alla mancanza del battito, all’assenza del respiro: – Vede dottore, è offesa con me, non mi rivolge la parola…le dica qualcosa…- ripeteva continuamente – è un complotto? Vi siete messi d’accordo per levarmi di mezzo? – come un nénia. Di fronte al mio stupore pensò bene di sferrarmi un pugno in faccia, non prima di avermi minacciato – … la faccia uscire da lì subito o vi rinchiudo tutti e due dentro una cassa…- . Solo l’intervento della polizia mi salvò dalla sua follia.

Subii anche un tentativo di rapimento. Non ero io la vittima, ma una mia salma. Non denunciai nessuno in questo caso, anzi, mi dispiacque che il colpo non fosse andato a buon fine. Pensavo che il responsabile del gesto avesse avuto ragione a fare quel che aveva fatto: la bellezza non può nascondersi dietro una lastra di zinco, non è naturale.

Plasmavo carne morta e la rendevo viva, così tanto da creare disagio. Chissà, forse avevo lo stesso dono di Dio, solo che a lui era sfuggita la situazione un pò di mano.

Bussano alla porta. Toc, toc, toc. Sono colpi delicati, quasi accennati. Lavo le mani, indosso una giacca, vado ad aprire. E’ una donna anziana molto elegante la persona che mi si presenta di fronte. Una lunga veste nera le cinge il corpo. Al collo, un grande crocifisso distoglie l’attenzione dai suoi occhi gonfi: ha pianto. Si rivolge a me quasi sussurrando, se parlasse  ad alta voce penso scoppierebbe in un pianto ininterrotto. Accenno un inchino, le bacio la mano. E’ fredda. Ossuta. Ma l’età mangia la carne e cerco di guardare oltre.

- Le vengo ad affidare mia figlia…è qui fuori…mi raccomando… – senza neanche guardarmi.

- Non si preoccupi signora, farò del mio meglio – e un brivido a smentire lo slancio.

- La renda viva…un’ultima volta…- non sono quì per questo?

- Farò il possibile. Intanto si accomodi, prego…-, il silenzio  è complice.

Guardo in basso mentre le indico la porta. Gesto inutile il mio, la signora non è più lì. Mi sporgo oltre l’ingresso: nessuno. Occhi a destra, a sinistra. Sparita. Solo un carro funebre, una bara, e due uomini ad occupare l’orizzonte di fronte ai miei occhi. E per poco. Nemmeno il tempo di metterli a fuoco che ho già in mano un foglio con un nome, una foto e la data entro la quale svolgere il mio compito. Elisabetta Elpis. E’ questo il nome  della ragazza nella cassa.

Ho imparato col tempo a fare poche domande. A parlare il meno possibile. Questa volta mi riesce difficile stare in silenzio. Quella donna, la sua preghiera, questi due energumeni che adagiano con velocità la salma sul lettino. Sembra vogliano tutti scappare. Non faccio in tempo ad espirare una parola che anche loro vanno via senza neanche salutare. Rimango fermo sulla porta.

Ora sono solo. Io e la ragazza.

Avere a che fare con i morti quotidianamente, alla lunga, ti priva di ogni tipo di emozione, di ogni forma di empatia. Non pensi abbiano avuto anche loro una vita, desideri, aspettative probabilmente simili alle tue. Hai di fronte un oggetto da restaurare. Nient’altro. Conta solo fare un buon lavoro. Che sia pelle e non legno ciò che deve rifiorire poco importa. Nel mio caso, poi, tutto è ancora più facile. Non ho mai creduto nei rapporti sociali, né ho mai rispettato il vissuto di nessuno: troppe parole, troppe scuse. La materia vivente mi spaventa, l’imprevedibilità mi atterrisce. Un cadavere porta in eredità un orizzonte già compiuto e facilmente identificabile, per cui mi viene facile essere pittore di eventi non più passibili di cambiamento. Ciò che mi interessa è solo la bellezza del già fatto, del già detto, l’immagine che l’anima svela in assenza di spasimo.

Non so perché sono fatto così. Sarà forse la paura di non essere capace di vivere come gli altri, sarà il conforto che mi trasmette l’abbraccio gelido che preserva un organismo concluso. Chissà. Ma intanto quì, ora, di fronte a questo corpo immobile, mi trovo in difficoltà. Non so neanche da dove iniziare. La giovane è lì, pallida, avvolta nella propria bellezza. Non vi è nulla di morto in lei se non la Vita. E non basta.

Sembra stia dormendo. Le carezzo il volto. Il rumore della sua anima si espande nell’aria. E’ un fischio invadente che mi violenta il cervello, che mi rende fragile e inaspettatamente disarmato. Meglio mettersi al lavoro, cercare di non pensarci, considerarla una salma come le altre. Cosparse le mani di olio,  percorro ad uno ad uno i fasci muscolari che mi si inceppano tra le dita. Conto le sue vene necrotizzate come fosse la prima volta.

Sembra ieri. Mio nonno, inerme di fronte a me, steso sul lettino ad occhi chiusi, freddo, così distante da non rivolgermi nemmeno una parola. Niente. Neanche un saluto. – Devi fare quel che è ti è più congeniale –mi diceva sempre – ti piace scrivere? Scrivi! Ti piace volare? Vola! – . Era sempre lì, pronto a consigliarmi di non rinunciare mai a seguire le mie attitudini. Quando gli ripetevo di non sentirmi depositario di chissà quale grande talento, mi sorrideva sempre – vedrai piccolo mio, il tempo ti suggerirà la risposta - . Era fiero di me mio nonno, così convinto che  potessi riuscire in qualunque cosa avessi voluto fare nella vita, che non perdeva occasione per incoraggiarmi. Qualunque cosa facessi. Offrendo il suo corpo alle mie cure confermava ancora una volta il suo amore, la sua fiducia in me.

Lo ripagai restituendogli la gioventù per un giorno.

Non so se gradì il mio regalo, non tornò mai indietro a dirmelo. Di certo so che il sorriso che mia nonna gli riservò, quando lo vide nella bara aperta sotto l’altare, mi rese l’uomo più felice del mondo: solo allora capì di aver fatto la scelta migliore. Da quel giorno mai una pausa, mai un dubbio. Ero a mio modo un artista, e godevo nel fare quel che facevo.

Questo fino a poche ore fa.

Ora, per la prima volta dopo così tanti anni, di fronte ad un cadavere, mi sembra di non sapere neanche da dove iniziare. Guardo la ragazza. Non riesco ad esserle distante, non riesco proprio a non fissarle le palpebre serrate, è come se si dovessero spalancare da un momento all’altro. I miei occhi nei suoi, la prima cosa vista al suo risveglio: vorrei questo fosse possibile. Per cambiare pagina, per ricominciare a pedinare le ore come sempre. Ma niente. Impasto il mio imbarazzo con la sua pelle, ne faccio un’unica massa.

Freddo, sfregare di mani, olio che scorre come sangue e minuti ad inseguirne il fluire. Le mia dita dipingono nuove vene lasciando rapide scie di tepore. Massaggio, massaggio senza sosta. Se non muovessi tanto rapidamente le mani sulla carne untuosa, avrei nettamente l’impressione di consumare il mio corpo sul suo. Secondo dopo secondo. Sono così attento ad ogni movimento che non mi accorgo di quel che sta succedendo, o che mi sembra stia accadendo sotto gli occhi: le mie dita si stanno erodendo, perse nel pallore della salma adagiata sul lettino. Ma la stanchezza gioca brutti scherzi e continuo il lavoro.

Tic, toc, tic, toc, tic, toc. L’orologio reclama il tempo che fugge. I minuti scappano via. Non sto al passo questa volta.

Dal momento della morte allo svolgimento del funerale passano solo poche ore. Un breve lasso di tempo che di solito basta per concludere il compito assegnatomi. Senza alcuna fretta. Nessuno reclama i corpi prima del dovuto: la gente rinuncia senza problemi alla camera ardente pur di vedere la Vita riflettersi sui volti dei propri cari un’ultima volta. Poi l’addio.

Di solito massaggio e via a casa, a dormire, lasciando le lancette girare su se stesse. Questa volta no, sono io a girare a vuoto.

Lavorerò tutta la notte, il tempo stringe. Guardo membra morte e mi sembra di riceverne Pace. In quel corpo freddo risuona l’eco della mia voce, il suono delle mie mani. Il silenzio di quelle carni richiede attenzione, più di quella che solitamente concedo.

Massaggio, massaggio, massaggio e non alzo mai lo sguardo dal lettino. D’improvviso lo specchio in fondo alla stanza mi reclama: alzo le braccia. Il rapido riflesso tra la porta ed il vetro mi atterrisce. Corro subito in bagno.

Accendo la luce, spalanco le palpebre. Gli occhi ben aperti rimandano indietro un’immagine terrificante: non ho più dita, le mie mani sono monche. Deve essere un’allucinazione, la stanchezza, non può essere altrimenti. Mi lascio fumare da una sigaretta ed osservo meglio.

Non sono spaventato, solo curioso – …troppo viva per la mia cura…- penso tra me e me. Sorrido. Quando un rumore di passi in salotto mi risveglia dal torpore dei pensieri, mi accorgo di non essere solo. Non ho neanche il tempo di domandarmi chi possa esserci, che un’ombra veloce taglia la strada alle mie domande. E’ lo specchio ad indicarmi la via da seguire.

Sono stranamente sereno.

Una figura adagiata sulla poltrona riempie la penombra nel salotto. E’ la signora di oggi, la madre della ragazza, sembra proprio lei. Tranne per un particolare: la sua giovinezza. Non so se sia per la poca luce o per i miei occhi stanchi, ma le rughe sul suo viso sembrano scomparse. E’ avvolta negli stessi abiti di qualche ora fa. Sussurra rivolta verso la finestra:

  – Mi manca il peso degli anni… ne conosco solo il riflesso…-

- …Signora Elpis…?- nascondo le mani incredulo.

- Si…mi scusi…pensavo a voce alta…- girandosi verso di me,

- come ha fatto ad entrare?…-

- la porta era aperta…-. Era chiusa. Ne sono sicuro. Passo oltre.

- E’ ancora presto Signora…-

- …dipende dai punti di vista…-

- prego…?-

- …posso vederla?- mi attraversa con lo sguardo.

 Senza neanche aspettare una risposta o un mio gesto, la signora si incammina verso lo studio. Diretta. Percorre il corridoio come se conoscesse alla perfezione casa mia. Eppure non è mai stata quì. Dovrei spaventarmi, farle qualche altra domanda, ma non riesco a far altro che seguirla in silenzio. Lascio che sia. Capirò.

- E’ bellissima…non trova?- di fronte al corpo della ragazza.

Gli occhi della donna riflessi sul viso pallido della figlia colmano la distanza tra di loro. Compensano l’assenza d’aria. L’immobilità dell’una é solo il riflesso dell’altra. Nient’altro.

- …Quanti corpi sono passati da questo lettino?- mi sussurra.

- Molti, ho perso il conto…-

- …Non le sembrano tutti uguali?-

- no…ricordo il viso di ognuno…-. Mento. Proteggo la mia esperienza dalla curiosità della donna. Le rispondo per inerzia – si…gli occhi di tutti…-

- proprio di tutti?-

- si… per ogni volto, un’anima -

- …lei è fortunato…-

 Guardo in basso. La sua freddezza mi imbarazza. Ascolto senza interrompere.

- Ho avuto anche io a che fare con i morti, dottore. Per una vita. Forse anche oltre. Ma non ho mai incontrato l’Anima…solo decadenza…-

- Non crede in Dio signora?-

- Credo in ciò che vedo -

-E pensa tutto finisca con la morte? -

-Si -

-…in un mondo così imperfetto, non ritiene che la bellezza sia un segno di Dio…? -

-…polvere simmetrica. Nient’altro, dottore. Cosa crede diventi la carne una volta sepolta se non polvere? Se fosse segno di Dio come dice lei, non dovrebbe rimanere intatta?Non è eterno il suo Dio? –

-Non è questo il punto signora. Ho sempre immaginato il corpo come se fosse  un lampo…uno squarcio lucente di un quadro ben più ampio…-

-…e aspetta il tuono? -

-…il temporale, signora, aspetto il temporale! -. Qualche attimo di silenzio. Mi osserva.

-…e se non dovesse arrivare? – d’un tratto – Se tutto finisse con il disfacimento? Se i corpi che lei cura non fossero altro che un modo per scappare dall’evidenza dei fatti?-

Non so cosa aggiungere. Ma d’altronde penso non abbia molta importanza. Non un’espressione in lei, non un gesto. La donna, immobile ai piedi della ragazza, la fissa ininterrottamente da quando è entrata. Soffoca le labbra nel pronunciare suoni impalpabili. Provo comunque a risponderle in qualche modo, in fin dei conti mi ha rivolto una domanda.

- E’ tutto imperfetto, signora. Tutto. Ma io adoro le favole. Penso siano l’unica cosa per cui valga la pena di vivere -

- Allora le renda grazia lei, dottore. Per favore. Più di quanto non sia riuscita a fare io nel corso degli anni…forse sono cresciuta troppo in fretta e non ho ascoltato mai tante storie da bambina.

Se pensa che l’anima possa risiedere nei volti, se la riconosce, la renda visibile sul viso di mia figlia…anche solo per un momento…poi magari tornerò della mia idea…ma lo faccia! La morte dura troppo tempo per non vederla almeno una volta…- 

Non aggiungo altro. Non reggo il suo sguardo. Neanche mi accorgo che d’un tratto sono di nuovo solo: la donna è andata via. La cerco ovunque. Corro verso la porta: niente, scomparsa nel nulla. Non riesco ad afferrare il senso di queste ore malate, e non è per colpa delle mie dita consumate. L’unica cosa che so è che la sua visita mi ha riempito di nuova linfa, forse per la stranezza con cui si è verificata. Ora dovrò sbrigarmi, la notte è agli sgoccioli.

Devo finire il mio lavoro al più presto e smentire la disillusione di quella donna.

Massaggio. Massaggio. Senza pormi troppe domande. Massaggio le gambe, massaggio le spalle che si alzano veloci non sapendo cosa dire. Muovo le mani consumate sulla pelle della ragazza. Centimetro dopo centimetro perdo di vista i miei arti, ad ogni tocco perdo il corpo. – Preoccuparmi delle tendenze dell’anima non mi avrà reso immune al declino dei corpi – penso – ed intanto massaggio, massaggio, e massaggio con quel che rimane di me.

Ed ho massaggiato senza sosta fino all’alba.

Al mattino hanno bussato alla morte: nessuno alla porta.

Sono scivolati via i miei massaggi, via, assorbiti nello straccio bagnato che un inserviente ha passato per terra qualche ora dopo, spazzando via la mia storia. E la mia cura, seppellita senza nome sull’opera d’arte più grande che abbia mai compiuto.  Fuggita via.

Il giorno del funerale della ragazza, una fila ininterrotta di persone ha reso omaggio alla sua salma. Tutti sono stati conquistati dalla sua bellezza. Tutti. Così tanto da dimenticarsi delle quattro tavole che la contenevano. Come fosse più viva dei vivi.

Nessuno ha dimenticato quel viso, la patina dorata che ne rivestiva la pelle rendendola lucente. C’è chi ha giurato fosse cera, chi ha pensato fosse imbalsamata.

Per quel che serviva…

E’ bastato che la gente chiudesse gli occhi al suono del saldatore perché tutto svanisse.

Per sempre.

E loro con lei.

Mario Scalzi

tratto da

‘Il Massaggiatore di Salme ed altre Storie’


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