Chi è il ‘prossimo’ se non sé stessi?
Siamo tutti uguali e diversi. Abbiamo due braccia, due gambe, un cervello, e, sebbene a volte sembri impossibile, delle emozioni. Tutti. Chi più e chi meno: la sensibilità è dovuta a troppi fattori per poter stabilire con superficialità quali lacrime siano sincere e quali no. E la pena che alla nascita ci infligge la genetica non è da sottovalutare. Peccato si riescano a riconoscerne i segni su di sé troppo tardi. Ad osservarla negli occhi prima del tempo, servirebbe a correggersi, a migliorarsi, e non a coccolarsi sui propri limiti. Limiti, solo perché frutto non del proprio sentire. Ma di combinazioni dovute al sangue.
Una vita dura mediamente un’ottantina di anni. Una Vita si e no venti. Ed in questi venti anni, utili per fare di sé qualcosa di diverso dalla natura di un albero o un filo d’erba, ci si imbatte sempre nel ‘prossimo’. Quante volte ci si è imbattuti nel ‘famoso’ prossimo? Innumerevoli volte. Per strada, a lavoro, in famiglia, insomma, ovunque. E quante volte questo prossimo ha tentato di entrare in contatto con noi? E se anche non ha provato a rivolgerci la parola, o ad entrare in contatto con le nostre sinapsi, quante volte ci si è posto di fronte con la propria vita impressa nei movimenti, nelle rughe, o in un semplice ‘buongiorno’?
Anche un semplice ‘buongiorno’ è infatti un libro aperto della persona che lo rivolge. Può essere urlato, sussurrato, detto col viso rivolto ai propri piedi o rivolto orgogliosamente alla persona che si pone davanti mentre la si guarda diretta negli occhi.
Un semplice ‘buongiorno’ può esprimere una volontà di dominare il prossimo, come un disperato bisogno di aiuto.
Ma in fondo, cosa fa del ‘buongiorno’ un segnale recepibile o difficile da digerire?
La riconoscibilità con sé stessi, e con il proprio mondo interiore.
E’ sempre lì il punto: sé stessi. Se si riconosce nel prossimo qualche particolare vicino al proprio modo d’essere, o a quello di qualche persona che smuove in noi qualche sensazione, ecco che scatta l’accettazione o la repulsione. Tutto lì. Sé stessi: punto di partenza e arrivo del vivere di tutti i giorni.
Quante volte sarà successo di incontrare un amico, pronto a scattare come fosse sulla linea di partenza di una gara di velocità, desideroso di sottoporre alla nostra attenzione qualche suo problema, qualche suo dubbio? Quante? Migliaia di volte. E quante volte si è dato un giudizio sincero in base a valutazioni oggettive? Poche. Chi non ha mai cercato di immedesimarsi nei discorsi ascoltati per poter dare un consiglio giusto, sincero? Ed in base a cosa, se non nel tentativo di suggerire il meglio da farsi perché ‘se fossi io, farei questo’. Ed oltre tutto, quante volte questa immedesimazione è stata cercata per sopportare il tempo perso ad ascoltare sfoghi che una pagina di Diario accoglierebbe meglio?
E poi, alla fine, quante volte ancora il consiglio concesso è stato poi accolto?
Poche volte. Poche.
Spesso e volentieri la richiesta di ascolto non è altro che un tentativo di liberarsi di una consapevolezza, consci che una volta che quella idea già fondata in sé viene liberata, si è pronti per affrontarla con un minore peso, perché condivisa.
Tanto, ci sarà sempre chi ascolterà il ‘racconto’ del proprio errore, se non la persona che ha ascoltato prima, un’altra. Siamo così tanti, che una nuova immedesimazione è sempre dietro l’angolo.
E non parliamo del resto, di cose più importanti. La storia sarebbe sempre questa.
‘Ama il prossimo tuo come te stesso’ diceva un uomo venuto dalla Galilea: facile, tanto il prossimo non esiste.